Quando le mamme crescono…

Quando le mamme crescono accadono cose strane. E’ come se si svegliassero da un lungo sonno fatto di momenti vissuti troppo in fretta, in cui i giorni sono fotocopie sfocate del giorno prima e dell’altro ancora. Ma poi ecco che ad un tratto, chissà perché, chissà per come, le mamme prendono per mano i loro figli e li seguono per sentieri impensabili, che mai donna adulta con filo di rossetto e filo di perle, con tacchi alti e tailleur si sognerebbe di percorrere. Quando ero una mamma piccola, e andavo ancora all’asilo di mia figlia senza capire cosa stessero dicendo le sue maestre, credevo che i bambini fossero creature che devono assorbire alla velocità della luce tutte le cose che i grandi sanno. Credevo che imparare a leggere, scrivere e contare, e magari usare il computer e conoscere due lingue, fosse la cosa primaria di cui un genitore si deve preoccupare. Credevo che vedere tua figlia che fa passetti di danza e recita filastrocche varie per Natale fosse il massimo della realizzazione personale. Credevo che il richiamo per il quaderno ordinato e il voto alto fossero indispensabili messaggi che un bambino deve ricevere. Guardare il compagno seduto a fianco negli occhi ? Socializzare dentro una classe ? Sapere oltre al nome e cognome di un bambino cosa pensa, cosa direbbe ,cosa farebbe in certe situazioni ? Non c’è tempo per queste cose inutili, cose che aiuterebbero i bambini a capire chi sono. No, è meglio che escano da scuola con le idee confuse, tanto poi decideranno in base a come si muoveranno gli altri. E’ per questo che nelle scuole generalmente non si gioca con le fiabe, perché ti insegnano a scoprire quello che di magnifico c’è dentro. Ognuna per l’età giusta, ognuna a sé, non tutte insieme. Poi sono diventata una mamma un po’ più grande e ho capito che quelle maestre erano davvero molto strane, perché sapevano fare bene il loro lavoro: avevano come obiettivo i bambini. Non i dirigenti scolastici, il numero delle iscrizioni, la recita finale per i genitori armati di telecamera. No ! Avevano come obiettivo i bambini. Così qualcosa è cambiato e come nelle fiabe si apre il castello e c’è la tavola imbandita, così si è aperto qualcosa dentro di me. Senza fiabe non si può essere bambini, e se prima non si diventa bambini non si può crescere. Per questo ho deciso: io racconto fiabe ai bambini che li vogliono ascoltare. Ma alcuni ostacoli si frappongono tra me e il mio progetto. Prima di tutto, il lavoro precario che mi costringe a mettere in cima alle priorità altre cose che non siano libri di fiabe. Chi è mamma lo sa ! Chi è mamma e ha un lavoro precario lo sa ancora meglio. Allora tutti direte “ Perché non vai in biblioteca ? “ .
Quando dici biblioteca parli di un mondo magico che odora di carta e d’inchiostro, che brilla sui caratteri d’oro delle copertine, che è intriso di silenzio fin sopra l’ultimo scaffale e lascia spazio a tutto ciò che i bambini sono capaci di immaginare. La biblioteca è il cuore della città in cui si può imparare che i bambini hanno lo stesso sangue, anche se il colore della pelle è diverso; è il luogo in cui le maestre dovrebbero insegnare ai bambini a toccare i libri con cura, a incuriosirli su ciò che c’è scritto dentro; è il luogo delle radici prime di una città, in cui si raccolgono le storie di chi c’era, di chi c’è e di chi ci sarà; è il luogo in cui le madri e i padri dovrebbero portare i figli invece di fare pic-nic nei centri commerciali; è il luogo in cui i nonni e gli zii dovrebbero perdersi ore a capire quale libro scegliere.
Ecco la biblioteca della mia città: è preceduta da una scala semibuia, quindi no accesso ai bambini disabili. Arrivi e senti la muffa come una presenza inquietante. Non so se dieci bambini ci entrerebbero. E i libri? Forse ce ne trovi qualcuno nuovo di qualche anno fa,ma qualcuno. Noi in città siamo circa 60.000 mila abitanti e i libri che ci sono lì non basterebbero neanche se li dividessimo in brandelli. Il fatto è che io sono convinta che la biblioteca di una città è il termometro del rispetto della cultura, della conoscenza e dell’apertura verso il mondo.
Eccoci dunque alla mia idea: “Il thè delle fate “: io racconto fiabe ai bambini e le mamme mi danno in cambio un buono libro, così il mio sogno di avere una biblioteca di fiabe diventa realtà. Ho creato nella cucina di casa mia un laboratorio in cui è severamente concesso toccare i libri, sfogliarli, annusarli, rigirarli e spettinarli. Gliene prendo uno inizio a leggerlo e poi …lo chiudo e gli dico che la prossima volta continuiamo, così da lasciarli con la bocca aperta e il naso in sù, che protestano perché non finiamo di leggerlo tutto. Gli lascio intravedere le pagine e loro si urtano un poco e cercano con il ditino di bloccarle su un’immagine che a loro dice qualcosa. E io li lascio fare. Ma l’attesa in questo mondo di tutto e subito credo sia importante e dà sapore alle cose. Qualche momento ancora e poi arriva la fiaba, con bamboline cucite da me ( e si vede che sono cucite da me ) e che ai bambini piacciono tanto. Hanno vestiti semplici le mie bamboline, molto spesso stoffe colorate con cui diventano re, principi, pescatori o taglialegna, matrigne o fate, contadine o principesse. Ma può anche darsi che la storia la inventiamo tutti insieme e a volte con cose che escono dalle scatole alla Rostagno, con carte strane alla Passatore e facciamo anche un sacco di finali differenti e ci dilunghiamo su che fine far fare al cattivo, alla Gianni Rodari. E per finire una volta si disegna come ci ha insegnato Munari, oppure si impasta, oppure ci si traveste, oppure si danza, oppure si fa una mostra delle cose fatte insieme, oppure…tante cose nascono sul momento e cambiano rispetto a ciò che avevo pensato, perché quel giorno vedo i bimbi in quel modo lì, che magari non mi aspettavo e tolgo e metto a seconda di ciò che secondo me il momento richiede.
Il thè delle fate arriva nelle manine concave dei bambini e per chi già ha cinque anni e dice che il thè non c’è, gli rispondo che si può vedere solo con gli occhiali della fantasia e poi voglio sapere che gusto ha. A questa domanda mi guardano e restano un po’ spiazzati. Fanno schioccare la lingua e poi dopo qualche attimo dicono…”fragola” !
Mia figlia a volte mi consiglia nella scelta dei libri e delle fiabe, adesso ha undici anni. La sua dote più grande che le invidiano i compagni ? La creatività.

Arianna Salemi

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...